Le Muse su tiktok (e l’onda perfetta del lettore)

Le Muse su tiktok (e l’onda perfetta del lettore) 2048 2048 Libreria Muratori

Di tanto in tanto un cliente mi racconta che non sa più dove mettere i libri, che li ha cacciati ovunque, affastellandoli in ogni angolo di casa, dispensa inclusa. In questi casi il Refugium Peccatorum è il garage.
L’immagine dei libri nel garage è cortocircuitale e nella mente prendono forma scenari psichedelici in cui passato e futuro si intrecciano alla Gioacchino da Fiore. In questa fantasmagoria da lanterna magica (ma sarebbe da dire da lampade alogene e fulminazanzare elettriche) la visione più enigmatica risulta quella di Adso da Melk che si esibisce in un imbarazzante balletto. Inutile approfondire il significato: il futuro è transmediale. Sapevamo che internet avrebbe rivoluzionato tutto, ma non immaginavamo che la sua longa manus si sarebbe protesa sui libri: che ci piaccia o meno, quelle che si stanno imponendo sono forme narrative fluide, ecosistemi narrativi in cui media e linguaggi diversi cooperano a ridefinire i concetti di autorialità e “bel romanzo”.
Per noi, fessi idealisti della Bustina di Minerva, l’idea che i libri non sarebbero stati intaccati si è rivelata una solenne cantonata. Eppure non ci voleva un profeta per capire come sarebbe andata: gli inizi di Amazon parlavano chiaro, perché nel suo garage Jeff Bezos iniziò proprio con una libreria online. Libri e garage, di nuovo.
Un nuovo cliente della libreria squarcia la mattinata di luglio col suo cappello alla Walt Whitman, un ragazzo di nemmeno trent’anni che da poco ha scoperto la lettura e si muove tra gli scaffali come un pioniere nel lontano Ovest. Qualche libro fra le mani gli è passato, s’intende, ma, se si esclude l’infatuazione adolescenziale per i Piccoli Brividi, non si è mai considerato un lettore. Adesso invece gli è esploso qualcosa dentro, una specie di attrazione fatale che lo porta a dichiarare che “li leggerebbe tutti”. Tutti. È davvero bello sentirgli dire che darebbe un’opportunità a qualsiasi libro, da Stendhal a Moccia. Perché l’umanità non è tutta come questo Davy Crockett letterario? Difficile rispondere, ma mi basta vederlo armeggiare con il pezzo d’antiquariato ante-touchscreen per trovare una mezza risposta. Non ricorda nemmeno il proprio numero, questo lettore infinito che maneggia lo smartphone come un azteco, e si capisce che nella sua testa il piombo sacro di Gutemberg ha composto la scritta “il mondo digitale non mi avrà”.
La tecnologia sottrae tempo alla lettura, mai principio necessitò meno dimostrazioni. Cari boomer, fate mente locale e ripensate a quanti momenti (vuoti e pieni) dedicavate alla lettura qualche lustro fa. Avevate un paio di minuti in attesa del bus? Leggevate. Avevate un pomeriggio tutto per voi? Leggevate. Per mettere a fuoco meglio, andate a riguardarvi un film ambientato nell’Ottocento, soffermatevi su una qualsiasi scena in cui qualcuno legge nel proprio salotto, il crepitio del camino a creare il contesto ideale. Se esiste l’onda perfetta per il surfista, perché non dovrebbe esistere per il lettore?
Nello sconfortante ma necessario L’attenzione rubata, Johann Hari spiega come la lentezza nutra l’attenzione, mentre la velocità la distrugga. Il capitolo più disarmante è quello intitolato “Il collasso della lettura prolungata”: vi si racconta quello che da tempo capita a tutti noi, sarebbe a dire il non riuscire a leggere per più di pochi minuti, poche pagine. Secondo recenti studi gli studenti universitari riescono a concentrarsi su un’attività per appena venti secondi alla volta. Gli impiegati, in media, per tre minuti.
Io penso che da Gutemberg fino a internet l’uomo abbia completato il proprio balzo evolutivo intrapreso 35mila anni addietro. La lettura gli ha permesso di crescere in ambito cognitivo e critico, perché il libro si adattava perfettamente alla banda cognitiva fornita dal suo sistema neuronale e non era necessario comprimere migliaia di dati come accade oggi. Da qualche tempo abbiamo imboccato la china discendente, e il contesto è proprio il mondo post-gutemberghiano in cui ci muoviamo come androidi schiavi di switching e filtering.
È cambiato il lettore (a proposito: arriveremo all’Ultimo, per citare Ricardo Piglia?), e ovviamente è cambiato pure lo scrittore. Per spiegare il processo creativo, i greci si erano inventati questa cosa geniale delle sette muse. Come è noto, ve ne era una per ogni genere letterario, quasi a voler dimostrare la capillarità dei linguaggi, la diversità sinaptica sottesa a tragedia e poesia lirica. Calliope, bella voce, ispirava la poesia epica; Euterpe, protettrice degli strumenti a fiato, ispirava la poesia lirica. E oggi? Quale musa ispira chi scrive noir? e chi partecipa a slam poetry ne ha una tutta sua?
Sul web impazza questo musicista che è stato accusato di scrivere brani pensati per TikTok. Hanno scoperto l’acqua calda (metteteci pure una bustina di Minerva…): adattare la forma al pubblico è una mossa atavica. Il fatto che si tratti di una piattaforma da centometristi filtrati e balletti virali non è secondario, ma sorprendersi che il mondo editoriale ne sia stato influenzato è sciocco. Che TikTok si appalti qualche percentile del mercato non ci preoccupa, semmai ci preoccupa che in pochi anni il sistema creativo/editoriale sia stato riplasmato con pochissima attenzione alla biodiversità letteraria.
Considerazione finale: produciamo letteratura leggera, per teste leggere. Ci arrendiamo? No. assolutamente. Continuiamo a tenere botta, a proporre buona letteratura rifiutando quella scadente. Puntiamo all’elevazione del lettore, a farlo crescere in senso umanistico. Per questo in libreria sto ricavando uno spazio nuovo per i cosiddetti young adult. “Young adult”… che definizione-etichetta del cazzo… Provo a sfregiarla in tutti i modi, ma non mi esce niente di buono. Alla fine mi viene in soccorso la Musa giusta: “sognatori selvaggi”.

 

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