Garantito Achab

Garantito Achab 2048 2048 Libreria Muratori

Sto vendendo bene La felicità del lupo, l’ultimo romanzo di Paolo Cognetti. È un bel libro, che trasporta sulle Alpi più velocemente di un elicottero. Mi fa piacere, in primis perché amo i romanzi di montagna, in secondis perché vedere che un buon libro viene letto significa che ci sono buoni lettori, quindi buone persone in circolazione. A forza di stare in montagna, Cognetti si è rigonisternizzato e la sua prosa si è fatta asciutta e levigata come una scultura lignea che attira l’occhio e porta a spasso la mente. Ad un certo punto del libro, Santorso, personaggio che merita d’esser conosciuto, chiede a Fausto, il protagonista: “ti ricordi quel giorno nel bosco?” Lo fa in un momento delicato, e l’evocazione di un ricordo basta a rianimarlo.
Noi invece non abbiamo Santorso, e quindi ci stiamo abituando ai ricordi che Facebook ci tira fuori dal cilindro, anzi: dai cilindri. Possibile che debba essere una macchina a farlo? Ho sempre più l’impressione che siamo attaccati a queste macchine come a dei respiratori, che ormai anche le cose più elementari, tipo imboccare Via Orwell o evocare un ricordo, debbano passare attraverso algoritmi e microchip. Razza di un tecnoclasta, mi diranno i tecnofili, però quando hai bisogno di svegliarti presto, la sveglia sullo smartphone ti fa comodo, eh? E certo, rispondo io, ma solo perché la vita non mi lascia il tempo di sviluppare la mia sveglia interiore! E per andare in città, cosa usi, eh? il calesse? Beh… Se avessi il tempo ci andrei a piedi, mica in automobile. E quando cucini col Bimbi, allora? No, bello: io non cucino col bimbi: a me piace bruciacchiare gli arrosti da me.
A tutta questa realtà di macchine, anzi, macchinari (chiamiamoli per quello che sono: sembra quasi che questo termine lievemente spregiativo non possa essere associato all’estetica di uno smartphone (ma bello dove???) solo perché non è unto di grasso e non emette cigolii sinistri: sono macchinari), che cosa possiamo contrapporre, Santi Balzac & Flaubert? Io dico sempre che leggere è una delle ultime ancore di salvezza che ci sono rimaste: credo che salvare l’immaginazione dovrebbe stare sullo stesso piano della battaglia ecologica. Quanti respiratori si stanno sostituendo alla nostra facoltà più importante, l’immaginazione, ormai colonizzata da circuiti stampati e bisogni a induzione? Immaginare dovrebbe essere una facoltà personale, una delle cose più personali che abbiamo, quanto la voce, l’impronta digitale e l’odore. Il nostro stile immaginativo deve essere solo nostro, perché ci sono di mezzo la nostra identità, il nostro desiderare, il nostro processo di simbolizzazione del reale. Nulla è come un libro: quando leggiamo Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella corrente del golfo ed erano ottantadue giorni ormai che non prendeva un pesce, sembra di essere lì, gonfi di sole, atrofizzati dalla fame, abbattuti dalla rassegnazione. Ci sembra di sentire lo sciabordio, il vento, la pelle secca, e la cosa straordinaria è che ognuno di noi sente a modo proprio. Magari a qualcuno viene in mente cosa farebbe lui, a qualcuno cosa mangerà a pranzo, a qualcuno l’adrenalina di inseguire un pesce enorme, a qualcuno la paura di essere trascinati per ore. Memoria visiva ed emotiva vengono sollecitate di continuo: la barca a vela che abbiamo immaginato, dove siamo andati a prenderla? Da un film? Dal lungomare di quest’estate? Da un lontano ricordo adriatico? E le cose che Hem non dice? Ci pensate mai? Ognuno di noi riempie i vuoti narrativi a modo suo: leggere tiene oliata l’immaginazione, ed è olio garantito Achab.
In barba a tutti i prolungamenti artificiali che i tecnoinvasati ci propinano, mentre leggiamo, il nostro corpo si arricchisce di parti che non ha: occhi mentali, orecchie mentali, bocca mentale, olfatto mentale, polpastrelli mentali… tutto ciò che il libro ci richiede, spunta nel nostro corpo. Pura magia, vero? È per questo che a noi antiquati esseri umani del ventesimo secolo, a noi tutti questi prolungamenti corporei che stanno androidizzando l’uomo, a noi non piacciono: avevamo già tutte le protesi di cui una vita ha bisogno. Pensare che ammonivano già negli anni 60, Gianni Rodari & company, che stavamo mandando in malora l’immaginazione… E i tecnoesaltati cosa dicevano? Ma no, ma no! Figuriamoci! Va bene così! Non vorrete mica continuare a fare il teatro dei burattini e i giochi delle ombre cinesi! Non si può mica arrestare la modernità!
A volte penso a come doveva funzionare bene l’immaginazione nelle persone del 1800, prima del cinema, della televisione, dei videogiochi, di internet: mi sa che bastava una mezza frase di Salgari per saltare sulla poltrona! Oppure nel 1700… certi romanzi erotici, quelli che Rousseau diceva “si leggono con una mano sola”… o ancora, più indietro: che razza di immaginazione doveva avere un uomo del Medioevo? ovviamente non sapeva leggere, ma quando dal pulpito gli accennavano all’Inferno… chissà cosa non gli si parava davanti agli occhi!  L’immaginazione è un muscolo, e i romanzi la loro palestra. Ellissi e omissioni ci obbligano a mettere in moto l’immaginazione: colmiamo lacune, riempiamo vuoti, dipingiamo paesaggi, abbozziamo identikit. In pratica: leggere ci spinge a collaborare. Siamo dei collaboratori di giustizia… letteraria.
“Leggere è come ritirarsi in un chiostro che si trova dietro ai miei occhi”, scrive Mendelsund nel bellissimo Cosa vediamo quando leggiamo. Salvare l’immaginazione dovrebbe essere missione dell’umanità, dovrebbe esserci una Coop 26 apposita, una Glasgow dell’Immaginazione. Pure una Greta Tumberg, ma col sorriso di Pippi Calzelunghe.

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